Incompiutezza (Chiesa Cattolica)

Mons. Migliore 2005 – omosessuali morti

Posted in Chiesa Cattolica by incompiutezza on dicembre 3, 2008

60° anniversario della liberazione

dei campi di concentramento nazisti

da parte delle Forze Alleate.

 

NEW YORK,

Lunedì 24  2005

Mons. Celestino Migliore, Osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, dinanzi all’Assemblea Generale dedicata alla Commemorazione del 60° anniversario della liberazione dei campi di concentramento nazisti da parte delle Forze Alleate.

 

Signor Presidente,
la mia delegazione dà un caldo benvenuto all’iniziativa che ha portato a questa sessione speciale dell’Assemblea Generale, la commemorazione del 60° anniversario della liberazione dei campi di concentramento nazisti da parte delle Forze Alleate.

Questo ci permette un’altra opportunità per ricordare solennemente le vittime di una visione politica disumana basata su un’ideologia estrema. Ci ricorda anche le radici di questa Organizzazione, i suoi nobili obiettivi e la volontà politica ancora necessaria di far sì che questi orrori non si verifichino mai più.

Oggi contempliamo le conseguenze dell’intolleranza mentre ricordiamo tutti coloro che sono stati il bersaglio dell’ingegneria politica e sociale nazista, elaborata su scala terribile e che impiegava una brutalità deliberata e calcolata. Quanti erano considerati inadatti alla società – tra gli altri gli Ebrei, i popoli slavi, la popolazione Rom, gli handicappati, gli omosessuali – sono stati condannati allo sterminio; quanti hanno osato opporsi al regime con le parole e i fatti – politici, leader religiosi, privati cittadini – hanno spesso pagato la loro opposizione con la vita. Le condizioni erano studiate in modo da far perdere agli esseri umani la loro dignità fondamentale e privarli di ogni decenza e sentimento umani.

 

I campi di concentramento sono stati anche testimoni di un piano senza precedenti per lo sterminio deliberato e sistematico di un intero popolo, il popolo ebraico. La Santa Sede ha ricordato in numerose occasioni con un senso di profonda tristezza le sofferenze degli Ebrei nel crimine ora conosciuto come Shoah. Poiché ha avuto luogo durante uno dei capitoli più neri del XX secolo, si erge solitario, rimanendo una macchia vergognosa nella storia dell’umanità che grava sulla coscienza di tutti.
Durante la sua visita ad Auschwitz nel 1979, Papa Giovanni Paolo II ha affermato che dobbiamo permettere al pianto della gente che vi è stata martirizzata di migliorare il mondo cambiandolo, traendo le giuste conclusioni dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Signor Presidente,

in un secolo caratterizzato dalle catastrofi operate dall’uomo, i campi di sterminio nazisti sono un ‘promemoria’ che fa particolarmente riflettere sulla ‘disumanità dell’uomo contro l’uomo’ e sulla sua capacità di compiere il male. Nonostante questo, dovremmo ricordare che l’umanità è anche capace di grande bene, di sacrificio di sé e di altruismo. Di fronte a catastrofi naturali o umane, come abbiamo visto nelle ultime settimane, la gente mostra il lato migliore della società umana, con solidarietà e fratellanza, e a volte a costo di sacrifici personali.

Nel contesto della commemorazione odierna, dobbiamo ricordare quelle persone coraggiose di ogni strato sociale, molte delle quali sono state riconosciute come ‘Giusti tra le Nazioni’. Tutti i popoli del mondo sono capaci di grande bene, una cosa spesso raggiunta attraverso l’istruzione e la leadership morale. E a tutto ciò dovremmo aggiungere una dimensione spirituale che, se non deve dare false speranze o spiegazioni disinvolte, ci aiuterà a mantenere l’umiltà, la prospettiva e la determinazione di fronte ad eventi terribili.

Per questo motivo la mia delegazione dà il benvenuto a questa occasione di ricordare la liberazione dei campi di concentramento nazisti, di modo che l’umanità non dimentichi il terrore del quale l’uomo è capace i mali dell’estremismo politico e dell’ingegneria sociale arroganti e la necessità di costruire un mondo più sicuro e più equilibrato in cui possano vivere ogni uomo, donna e bambino.

Possano tutti gli uomini e tutte le donne di buona volontà approfittare di questa solenne occasione per dire ‘Mai più’ a crimini di questo tipo, indipendentemente dalle loro idee politiche, di modo che tutte le Nazioni, così come questa Organizzazione, rispettino davvero la vita, la libertà e la dignità di ogni essere umano. Con una seria volontà politica, le risorse morali e spirituali dell’umanità saranno senz’altro capaci, una volte per tutte, di trasformare le nostre rispettive culture, perché tutti i popoli del mondo imparino ad apprezzare la vita e a promuovere la pace.

Grazie, Signor Presidente.

 

 

© Innovative Media, Inc.

La Chiesa: nessun paese rispetta i diritti umani !!!!!!

Posted in Chiesa Cattolica by incompiutezza on novembre 14, 2008

Nessun Paese rispetta
in pieno i diritti umani
sanciti dalla Dichiarazione

 

 

Un’iniziativa per evitare che la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo resti lettera morta.

 

Così il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha presentato ai giornalisti nella Sala stampa della Santa Sede, le solenni commemorazioni organizzate in Vaticano per celebrare, il 10 dicembre prossimo, il sessantesimo anniversario della Dichiarazione.

“In questi sessanta anni  non si può dire che la dichiarazione sia stata rispettata da qualcuno in tutti i suoi articoli. E non l’hanno rispettata neppure i Paesi che l’hanno sottoscritta, sostenuta e invocata a più riprese”.

Raccontando quanto ha potuto egli stesso constatare durante i suoi frequenti viaggi in diversi Paesi del mondo il cardinale si è soffermato in particolare “su quanto avviene – ha detto – nelle carceri. Sembra che per i nostri fratelli carcerati questa Dichiarazione sia ben lontana dall’essere rispettata dai governi. In una cella spesso vivono sei persone in uno spazio talmente limitato da consentire soltanto a due di loro di restare in piedi; gli altri quattro devono accucciarsi sulle loro brande a castello. In simili casi si può parlare di rispetto dei diritti umani, della dignità della persona?”. “Le celle di cui parlo – ha proseguito – non crediate siano molto distanti da noi. Ecco perché il Santo Padre ha voluto celebrare con particolare solennità questo sessantesimo anniversario. È proprio la consapevolezza che questa Dichiarazione non viene rispettata che ci ha spinto a promuoverne e rilanciarne il rispetto in modo così solenne”.
Proseguendo nel racconto di quanto ha potuto constatare personalmente in vari Paesi del mondo a proposito del mancato rispetto dei diritti umani, il cardinale ha fatto cenno a due problematiche di grande attualità:  la pena di morte e l’accoglienza degli immigrati. Quanto al primo argomento ha ricordato che l’ultimo intervento, in ordine di tempo, risale al suo recentissimo viaggio in Corea. “Ho chiesto personalmente al primo ministro coreano – ha rivelato – di proporre al suo governo e alle massime istanze del Paese l’abolizione immediata della pena di morte. Io credo che se ne farà certamente interprete. Tra breve poi incontrerò i vescovi del Paese per concertare un’azione comune in questo senso”. Quanto alla questione immigrati il cardinale ha raccontato quanto visto sia in Corea, sia in Thailandia. “In Corea – ha detto – i bambini delle famiglie immigrate devono per legge essere inseriti nelle scuole pubbliche del Paese e hanno diritto a una formazione in tutto e per tutto pari a quella dei bambini coreani. In Thailandia ho assistito alla visita di un incaricato del ministro per l’istruzione a uno dei tanti campi nei quali sono accolti i profughi birmani. Era andato a comunicare ai profughi il diritto dei loro bambini a essere accolti nelle classi delle scuole pubbliche per continuare gli studi. Molte nazioni europee dovrebbero imparare da loro come ci si comporta in questi casi. È proprio la Dichiarazione universale dei diritti umani che lo richiede. Non la si può invocare solo per andare contro gli altri, quando poi non l’applichiamo”.
Tra le manifestazioni previste, oltre a un Atto commemorativo con l’intervento tra gli altri del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, un concerto al quale assisterà il Papa, diretto per la prima volta in assoluto in Vaticano, da una donna, il maestro e compositore signora Imma Shara. Prima del concerto saranno attribuiti i premi messi in palio per il 2008 dalla fondazione san Matteo, in memoria del cardinale François-Xavier Nguyên Van Thuân, “il cui processo di beatificazione – ha detto il cardinale – continua regolarmente il suo iter”.

 

Benedetto XVI e la sana “laicità”

Posted in Chiesa Cattolica by incompiutezza on novembre 14, 2008

 

Benedetto XVI ha ricevuto nella mattina di giovedì 13 novembre, alle ore 11.30, in solenne udienza, Sua Eccellenza il Signor Sante Canducci, nuovo Ambasciatore della Repubblica di San Marino presso la Santa Sede, il quale ha presentato le Lettere con le quali viene accreditato nell’alto ufficio.
S.E. l’Ambasciatore, rilevato alla sua residenza da un Gentiluomo di Sua Santità e da un Addetto di Anticamera, è giunto alle 11.15 al Cortile di San Damaso, nel Palazzo Apostolico Vaticano, ove un reparto della Guardia Svizzera Pontificia rendeva gli onori.
Al ripiano degli ascensori, S.E. l’Ambasciatore era ricevuto da un Gentiluomo di Sua Santità e subito dopo saliva alla seconda Loggia, dove si trovavano ad attenderlo gli Addetti di Anticamera ed i Sediari. Dalla seconda Loggia il corteo si dirigeva alla Sala Clementina, dove l’Ambasciatore veniva ricevuto dal prefetto della Casa Pontificia, l’arcivescovo James Michael Harvey, il quale lo introduceva alla presenza del Pontefice nella Biblioteca privata.
Dopo la presentazione delle Credenziali da parte dell’Ambasciatore avevano luogo lo scambio dei discorsi e, quindi, il colloquio privato.
Dopo l’udienza, nella Sala Clementina l’Ambasciatore prendeva congedo dal prefetto della Casa Pontificia e discendeva nella Basilica Vaticana:  ricevuto da una delegazione del Capitolo, si recava dapprima nella Cappella del Santissimo Sacramento per un breve atto di adorazione; passava poi a venerare l’immagine della Beatissima Vergine e, quindi, la tomba di San Pietro.
Al termine della visita l’Ambasciatore prendeva congedo dalla delegazione del Capitolo, quindi, alla Porta della Preghiera, prima di lasciare la Basilica, si congedava dai dignitari che lo avevano accompagnato e faceva ritorno alla sua residenza.

Questo è il testo del discorso del Papa.

Signor Ambasciatore,
sono lieto di porgerLe il mio cordiale benvenuto, nel momento in cui ricevo dalle sue mani le Lettere commendatizie, con le quali Ella viene accreditato presso questa Sede Apostolica Ministro Straordinario e Plenipotenziario dell’antica ed illustre Repubblica di San Marino. Il mio primo e deferente pensiero va ai Serenissimi Capitani Reggenti, dei quali Ella diviene alto Rappresentante, e all’intera popolazione sammarinese, da sempre cara al Successore di Pietro. In effetti, la Repubblica del Titano, sin dal suo nascere, ha intrattenuto con la Sede Apostolica serene e proficue relazioni, ufficialmente formalizzate nel 1926, con vincoli di reciproca e rispettosa interazione. Mi è pertanto gradito rinnovare l’espressione della mia vicinanza spirituale al Popolo che Ella da oggi è deputato a rappresentare, un Popolo piccolo per l’estensione del territorio dove risiede, ma degno di ogni attenzione e rispetto per la sua storia, ricca di tradizioni culturali e religiose.
Nel salutarLa con vivo piacere, vorrei ricordare con sincera gratitudine il suo benemerito predecessore, il Prof. Giovanni Galassi, che per lunghi anni ha svolto in modo encomiabile il ruolo di Rappresentante della Repubblica di San Marino e quello di Decano del Corpo Diplomatico qui accreditato. La sensibilità, il tatto umano e la competenza che hanno contraddistinto la sua attività gli hanno attirato la stima dei suoi colleghi diplomatici, ed hanno soprattutto contribuito a intensificare le già cordiali relazioni tra la Repubblica di San Marino e la Santa Sede. Sulla medesima scia sono certo che Ella proseguirà il lavoro già avviato, perché il consolidamento di proficui reciproci rapporti, oltre a favorire il dialogo e a facilitare l’intesa fra le autorità e la comunità cattolica di San Marino, risulterà utile anche per una comune azione a favore della solidarietà e della pace in Europa e nel mondo.
Ogni Nazione ed ogni Istituzione, grande o piccola che sia, è chiamata oggi ad operare attivamente per costruire una comunità internazionale poggiante su condivisi valori umani e spirituali. A questo progetto di portata mondiale la Repubblica di San Marino non farà certo mancare il suo contributo, mettendo a disposizione di tutti l’esperienza di un passato ricco di storia e di cultura, in cui primeggia la tutela della famiglia, cellula fondamentale di ogni comunità. Quella che è conosciuta come lo Sperone del Titano è terra segnata da una peculiare identità, che si inserisce nella ricchezza culturale e spirituale della Penisola italiana. Punto qualificante di tale identità è l’antico patrimonio di valori che trae linfa in gran parte dalla fede cristiana, la quale ha impregnato la vita e la storia della gente e delle istituzioni sammarinesi. Giustamente pertanto Ella ha evocato nelle sue parole queste antiche radici, facendo riferimento anche alla visita compiuta dal mio venerato predecessore, Giovanni Paolo ii, il 28 aprile 1982, tra l’entusiasmo del Popolo sammarinese. Esprimo di cuore l’auspicio che, nel solco di tali plurisecolari tradizioni culturali e spirituali, e proseguendo lo sforzo dispiegato sino ad oggi da tante persone di buona volontà, l’attuale comunità civile e religiosa di San Marino sappia scrivere insieme una nuova pagina di progresso e di civiltà, riconoscendo il ruolo indispensabile che ogni famiglia è chiamata a svolgere nella formazione delle nuove generazioni come luogo di educazione alla pace.
Valorizzare l’eredità greco-romana, arricchita dall’incontro con il cristianesimo, costituisce pertanto una indubbia opportunità offerta anche alla Repubblica di San Marino per contribuire a rendere l’Europa terra di dialogo e “casa comune” di nazioni con le loro specifiche peculiarità culturali e religiose. Sono certamente mutate le condizioni ambientali e sociali in cui noi oggi viviamo; inalterato però resta l’obbiettivo ultimo di ogni quotidiano nostro impegno personale e comunitario:  la ricerca dell’autentico benessere della persona, e la costruzione di una società aperta all’accoglienza e attenta alle reali esigenze di tutti. L’insieme unitario di valori e di leggi, il comune “alfabeto” spirituale che ha reso possibile nei secoli scorsi ai nostri popoli di scrivere nobili pagine di storia civile e religiosa, rappresenta una preziosa eredità da non disperdere, un patrimonio da incrementare con l’apporto delle moderne scoperte della scienza, della tecnica e della comunicazione, poste al servizio del vero bene dell’uomo.
Signor Ambasciatore, la Santa Sede rinnova l’attestazione della sua piena disponibilità a collaborare per perseguire tali condivisi obiettivi, consapevole com’è della necessità, per una così vasta impresa, della cooperazione di tutti:  a livello locale, nazionale ed internazionale, si richiede l’apporto di ognuno nel proprio ambito e con il proprio specifico compito, sempre nel reciproco rispetto e in costante dialogo. Sono queste le condizioni di quella laicità “sana” che è indispensabile per costruire una società dove convivano pacificamente tradizioni, culture e religioni diverse. Separare infatti totalmente la vita pubblica da ogni valore delle tradizioni, significherebbe introdursi in una strada cieca e senza uscita. Ecco perché è necessario ridefinire il senso di una laicità che sottolinei la vera differenza e autonomia tra le diverse componenti della società, ma che conservi anche le specifiche competenze in un contesto di comune responsabilità. Certamente questa “sana” laicità dello Stato comporta che ogni realtà temporale si regga secondo proprie norme, le quali tuttavia non devono trascurare le fondamentali istanze etiche il cui fondamento risiede nella natura stessa dell’uomo, e che, proprio per questo, rinviano in ultima analisi al Creatore. Quando la Chiesa cattolica, attraverso i suoi legittimi Pastori, fa appello al valore che taluni fondamentali principi etici, radicati nell’eredità cristiana dell’Europa, rivestono per la vita privata, ed ancor più per quella pubblica, è mossa unicamente dal desiderio di garantire e promuovere la inviolabile dignità della persona e l’autentico bene della società.
Signor Ambasciatore, ecco i sentimenti che mi sorgono spontanei nell’animo in questo momento. Mentre La ringrazio per le sue gentili parole e Le assicuro la piena disponibilità dei miei Collaboratori, formulo l’augurio che Ella possa assolvere al meglio la Sua alta missione. Ai Serenissimi Capitani Reggenti e al Popolo dell’amata Repubblica di San Marino, che Ella qui rappresenta, rinnovo con affetto il mio saluto avvalorato dalla preghiera, affinché Iddio protegga e benedica sempre tutti e ciascuno.

(©L’Osservatore Romano – 14 novembre 2008)

Per una Chiesa audace – Bartolomeo Sorge S.I.

Posted in Senza Categoria by incompiutezza on novembre 10, 2008

Per una Chiesa audace

Bartolomeo Sorge S.I.
Direttore di «Aggiornamenti Sociali»

http://www.aggiornamentisociali.it/0811editoriale.html

Che fine ha fatto la Chiesa coraggiosa e aperta, di cui il Concilio Vaticano II aveva tracciato il profilo? È la domanda che oggi molti si pongono. Le risposte manifestano più delusione e preoccupazione che fiducia e speranza. La Chiesa – si dice – oggi non guarda più al futuro, ma al passato. E si citano l’involuzione in atto nei confronti della riforma liturgica; l’impasse del movimento ecumenico; l’insistenza sui «valori non negoziabili» che ostacola il dialogo; gli interventi della Gerarchia che condizionano l’autonomia dei laici in politica. In realtà, non ci si può fermare a questi (e altri) casi, per quanto significativi. La questione è più di fondo.
Una risposta seria viene ora dal volume, fresco di stampa, del card. Carlo Maria Martini, Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede (Mondadori, Milano 2008). È un condensato della ricca esperienza dottrinale, spirituale e pastorale del Cardinale, che si traduce in un chiaro invito al coraggio e alla speranza. Non è senza significato che, per lanciare questo messaggio, egli si rivolga ai giovani. Infatti, il volume contiene una serie di risposte alle domande di ragazzi, ospiti in un Centro per giovani in Romania, animato dal gesuita Georg Sporschill, che nel libro svolge la funzione di intervistatore. Il vero pregio della lunga intervista sta certamente nella sensibilità pastorale che Martini dimostra verso il mondo giovanile e i suoi problemi, ma in realtà il messaggio riguarda tutti.
Con la parresia evangelica che lo contraddistingue, il Cardinale inizia rilevando che oggi «vi è un’indubbia tendenza a prendere le distanze dal Concilio. Il coraggio e le forze non sono più grandi come a quell’epoca e subito dopo». Come mai? «È indubbio – riconosce – che nel primo periodo di apertura alcuni valori sono stati buttati a mare. La Chiesa si è dunque indebolita»; pertanto non devono sorprendere le paure e le resistenze di molti: «Posso ben comprendere le loro preoccupazioni se solo penso a quanti in questo periodo hanno abbandonato il sacerdozio, a come la Chiesa sia frequentata da un numero sempre minore di fedeli e a come nella società e anche nella Chiesa sia emersa una sconsiderata libertà» (p. 103). Tuttavia, i limiti del postconcilio non tolgono nulla alla grandezza dell’evento conciliare. Nonostante tutto – conclude Martini – «Dobbiamo guardare avanti. […] credo nella prospettiva lungimirante e nell’efficacia del Concilio» (p. 104).
Talune riflessioni contenute nel libro potranno risultare ostiche e discutibili. Non è un caso che i mass media insistano soprattutto su quanto Martini ha detto circa l’ordinazione di viri probati per fare fronte alla crisi di sacerdoti (p. 100); a proposito della «timidezza» della Chiesa nella valorizzazione piena della donna (p. 108); sulla ripresa del dialogo ecumenico e interreligioso (p. 112); intorno al tema della sessualità (p. 91 ss.). In realtà, il contributo più importante del libro è la «ventata» di fiducia e di speranza che da esso emana e si trasmette a chi legge. Il vero messaggio del lungo dialogo con i giovani si può riassumere in tre prospettive, che costituiscono la chiave dell’intero colloquio: 1) la necessità per i cristiani di «pensare in modo aperto»; 2) il bisogno che la Chiesa ha di riscoprire il ruolo dei giovani; 3) l’urgenza di costruire una nuova «cultura della relazione».

1. «Pensare in modo aperto»

L’invito a «pensare in modo più aperto» (p. 21) è esplicito e continuo. Esso richiama alla mente il «sogno» di cui l’Arcivescovo parlò, nel 1999, al Sinodo dei Vescovi d’Europa. Martini non chiedeva un Concilio Vaticano III, come erroneamente gli attribuirono i mass media; auspicava invece la convocazione, di tempo in tempo, di assemblee rappresentative di tutto l’episcopato per affrontare i nodi che il Concilio non aveva risolto. Oggi, a dieci anni di distanza, il Cardinale fa rivivere con parole diverse il medesimo «sogno» di una Chiesa coraggiosa e aperta. «Un tempo – dice – avevo sogni sulla Chiesa. Una Chiesa che procede per la sua strada in povertà e umiltà, una Chiesa che non dipende dai poteri di questo mondo. Sognavo che la diffidenza venisse estirpata. Una Chiesa che dà spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto. Una Chiesa che infonde coraggio, soprattutto a coloro che si sentono piccoli o peccatori. Sognavo una Chiesa giovane. Oggi non ho più questi sogni. A settantacinque anni mi sono deciso a pregare per la Chiesa» (p. 61 s.). Il libro, però, lo smentisce. Dal lungo colloquio con i giovani traspare un cardinal Martini capace, come sempre, di «pensare in modo aperto». Nonostante gli anni e la malattia, continua a «guardare avanti», a sognare, esortando i cristiani a fare altrettanto. Questa volta, però, insiste sul criterio educativo fondamentale a cui ispirarsi perché il «sogno» divenga realtà: «Il fondamento dell’educazione cristiana – dice – è la Bibbia […]. Non pensare in modo biblico ci rende limitati, ci impone dei paraocchi non consentendoci di cogliere l’ampiezza della visione di Dio» (p. 20). Il pericolo nel quale si può incorrere (anche nella Chiesa) è quello di lasciarsi condizionare dalla «mentalità ristretta» dell’individualismo imperante, dalla paura del diverso e dall’indifferenza per i bisogni dell’altro, preoccupati soltanto di guardare a se stessi, fino a fare di se stessi un assoluto.
È necessario, dunque, formarsi alla scuola della Parola. Infatti, spiega Martini, «in tutta la Bibbia, Dio ama gli stranieri, aiuta i deboli, vuole che soccorriamo e serviamo in diversi modi tutti gli uomini» (p. 20). Secondo la Bibbia, neppure le istituzioni, comprese quelle ecclesiali, sono un assoluto: certo, ne abbiamo bisogno, ma Dio non si può ridurre a esse: «Non puoi rendere Dio cattolico. Dio è al di là dei limiti e delle definizioni che noi stabiliamo» (p. 20). «Per proteggere questa immensità [di Dio] non conosco modo migliore che continuare sempre a leggere la Bibbia» (p. 21). È importante la formazione biblica, per imparare a «pensare in modo aperto». Questa, oggi, è una necessità, se «dobbiamo aiutare il mondo a trovare una direzione […], [se] dobbiamo decidere dove la società debba andare» (ivi); altrimenti si rimane asserviti alle mode culturali del momento e a tendenze ideologiche, che rendono incapaci di discernimento e di iniziative efficaci.
Ugualmente, se manca una formazione biblica, non è possibile progredire nel cammino con le altre confessioni religiose: non basta infatti essere informati, leggere e studiare. In proposito, Martini dà ai ragazzi un consiglio molto pratico: «Fatti invitare a una preghiera dal tuo interlocutore e un giorno portalo con te a messa. Se vuoi entrare in un altro mondo religioso, hai bisogno di un amico che ti accompagni. Questo non ti allontanerà dal cristianesimo, anzi renderà il tuo essere cristiano più profondo. Non avere paura dello straniero» (p. 28). Più conosceremo i fedeli di altre confessioni, più saremo tenuti a dare ragione della speranza e della fede che sono in noi. Così facendo, ameremo ancora di più la Chiesa: «Sarai felice di essere cattolico, e altrettanto felice che l’altro sia evangelico o musulmano. Queste diverse famiglie esistono per aiutare il maggior numero possibile di persone a trovare una patria in Dio» (p. 33). «Nella gioventù, cristiani e musulmani possono imparare con ancor maggiore facilità a convivere, a comunicare nella fede e a servire insieme l’umanità» (p. 46).
Ma il fondamento di questo «pensare in modo aperto» dovrà sempre essere la formazione biblica. Solo così infonderemo nei giovani gioia e coraggio, proponendo loro non solo riflessioni teoriche, ma anche grandi traguardi concreti.

2. Riscoprire il ruolo dei giovani

Il libro rende ragione di questo approccio positivo verso i giovani da parte del Cardinale. Esso sta sostanzialmente nella capacità di ascolto. Nessuno – spiega Martini – può essere considerato «oggetto» di pastorale. Tanto meno i giovani: «Sono soggetti che stanno di fronte a noi, con cui cerchiamo una collaborazione e uno scambio. I giovani hanno qualcosa da dirci. Essi sono Chiesa, a prescindere dal fatto che concordino o meno con il nostro pensiero e le nostre idee o con i precetti ecclesiastici. Questo dialogo alla pari, e non da superiore a inferiore o viceversa, garantisce dinamismo alla Chiesa» (p. 47). Il Cardinale insiste molto su questa metodologia pastorale per avvicinare i giovani d’oggi: «Il metodo giusto non è predicare alla gioventù come deve vivere per poi giudicarla con l’intenzione di cercare di conquistare coloro che rispettano le nostre regole e le nostre idee. La comunicazione deve cominciare in assoluta libertà […]. L’essere umano che incontro è fin dal principio un collaboratore e un soggetto. Dialogando insieme giungiamo a nuove idee e a nuovi passi condivisi» (p. 59 s.).
A questo proposito, Martini fa due affermazioni coraggiose. La prima riguarda l’importanza del ruolo critico (o profetico) che i giovani, per loro stessa natura, sono chiamati a svolgere nella Chiesa e nella società: «La generazione più giovane verrebbe meno al suo dovere se con la sua spigliatezza e con il suo idealismo indomito non sfidasse e criticasse i governanti, i responsabili e gli insegnanti. In tal modo fa progredire noi e soprattutto la Chiesa» (p. 60). Ovviamente la funzione critica non contrasta con la necessità che i giovani hanno di essere aiutati e accompagnati. Il problema, appunto, è come formarli: non imponendo loro una educazione, quasi siano incapaci di giudicare e di scegliere – insiste il Cardinale -, ma considerandoli sul serio collaboratori responsabili della loro stessa crescita umana e spirituale.
La seconda affermazione, che farà discutere, è contenuta nella risposta a un giovane che gli chiede se non abbia mai avuto paura di prendere decisioni sbagliate: «Alcune decisioni prese sono senz’altro da riconsiderare – risponde -. Ma […] ritengo che una scelta sbagliata sia preferibile a non scegliere affatto», perché, in fondo, una decisione sbagliata si può anche correggere; «mi angustiano, invece, le persone che non pensano, che sono in balìa degli eventi» (p. 64). Lo stesso – pare di capire – si deve dire dei giovani: è meglio che abbiano un ideale sbagliato, piuttosto che non ne abbiano alcuno; l’ideale sbagliato certo è pericoloso, perché conduce fuori strada; ma si può correggere. Invece, un giovane senza ideale, è già vecchio; non nel senso che gli anziani non abbiano ideali, ma nel senso che senza ideali la giovinezza è bruciata. «Vorrei individui pensanti – conclude perciò Martini -. Questo è l’importante. Soltanto allora si porrà la questione se siano credenti o non credenti» (ivi).

3. Costruire una «cultura della relazione»

La terza prospettiva aperta dal dialogo di Martini con i giovani costituisce il cuore di tutta l’intervista. Non è un caso che essa si trovi nella risposta alla difficile domanda sull’enciclica Humanae vitae e sulla barriera che il divieto della pillola e della contraccezione affermato da Paolo VI avrebbe eretto tra la Chiesa e la gioventù. «L’enciclica – risponde il Cardinale – ha posto in giusta evidenza molti aspetti umani della sessualità. Oggi, tuttavia, abbiamo un orizzonte più ampio in cui affrontare le questioni della sessualità» (p. 92). E qui il Cardinale introduce la prospettiva di una «nuova cultura della tenerezza» (o della relazione), che si dovrà elaborare nella direzione di una convivenza cristiana; di essa il Cardinale coglie i primi segni nei discorsi che oggi si fanno in tema di sessualità. In che cosa consiste questa nuova cultura?
Movendo dal principio evangelico secondo cui ogni rinuncia può essere solo conseguenza di amore e abnegazione, Martini parla di un modo positivo – migliore di quello seguito fin qui dalla Chiesa – per affrontare i temi delicati della sessualità, della vita e dell’amore. «In confronto a quando ero giovane, oggi il mondo è assai diverso, quanto meno più aperto e sincero. Una volta non si poteva e non si voleva quasi parlare dell’argomento sessualità, era relegato al confessionale e all’ambito della colpa. Non è quello il posto che gli compete, lo è solo quando si tratta davvero di colpa e di problemi. Oggi c’è una grande spigliatezza. Nell’incontro e nel dialogo tra genitori, figli e figlie, adulti e bambini, vedo un’opportunità per una sessualità sana e umana» (p. 96). «La dedizione – dice – è la chiave dell’amore: questo per me è fondamentale. L’essere umano è chiamato ad andare oltre se stesso. Ciò significa essere presente per gli altri e avere bisogno di loro. La dedizione, tuttavia, riguarda anche la trascendenza. Possiamo salire da un livello a un altro superiore. Nell’amore coniugale è insita questa dinamica, che parte dall’elemento animale e dalla riproduzione della specie, ma ha uno scopo. Tramite l’amicizia e la collaborazione, la protezione dei deboli e l’educazione, la trascendenza conduce al regno di Dio. Nella dedizione di sé gli esseri umani si aprono a Dio. Nell’incontro fisico si tende verso questo traguardo. Guardare la meta è più importante che domandarsi se sia permesso o se sia peccato» (p. 95). «Se vogliamo proteggere la famiglia e promuovere la fedeltà coniugale, dobbiamo rivedere il nostro modo di pensare. Illusioni e divieti non portano nulla» (p. 96). «Soprattutto in queste problematiche profondamente umane, come sessualità e corporeità, non si tratta di ricette, ma di percorsi che iniziano e proseguono con le persone» (p. 97). Ecco perché «la Chiesa deve lavorare a una nuova cultura della sessualità e della relazione» (p. 99).

4. Conclusione

Abbiamo offerto solo alcuni assaggi della lunga intervista, sperando di aver invogliato a leggere il libro. In conclusione, per realizzare la Chiesa coraggiosa e aperta, annunziata dal Concilio, Martini insiste sulla necessità di prendere la Bibbia come punto di riferimento, consapevole che ciò condurrà ineluttabilmente – come è successo a Karl Rahner, Pierre Teilhard de Chardin, Henri de Lubac tra altri grandi teologi -, a «confrontarsi con chi nutriva timori e voleva salvare qualcosa della teologia neoscolastica» (p. 103). In altri termini, è maturo il tempo di riaprire la questione ermeneutica sul Concilio Vaticano II.
Infatti, di fronte alla svolta antropologica della cultura postmoderna, le categorie filosofiche e teologiche neoscolastiche, usate dai Padri conciliari, si rivelano insufficienti per rispondere agli interrogativi di oggi. Il suggerimento di Martini sta nel superare (o integrare) le categorie ecclesiastiche tradizionali, attraverso un ricorso maggiore a quelle bibliche. Del resto, lo suggerisce anche la costituzione dogmatica Dei Verbum del Concilio Vaticano II, quando riconosce che per la Chiesa la Bibbia ha valore normativo: «È necessario, dunque, che la predicazione ecclesiastica come la stessa religione cristiana sia nutrita e regolata dalla Sacra Scrittura» (n. 21). «In ultima istanza – commenta il Cardinale -, la Chiesa può e deve tuttavia richiamarsi alla Bibbia» (p. 97). Dunque, la «novità» delle prese di posizione di Martini non sta nel supposto tentativo di prendere le distanze dalle posizioni ufficiali della Chiesa, bensì nel ripensarle prendendo a punto di riferimento la Sacra Scrittura e renderle così più comprensibili alla cultura moderna.
Occorre, cioè, – come fa la Bibbia – enunciare con chiarezza alcuni principi e riferirsi poi alla responsabilità dei singoli. Il Cardinale è convinto che la valorizzazione della responsabilità della coscienza personale faciliterà il dialogo e la mutua comprensione tra culture. La ragione è che la verità di Dio è accessibile solo attraverso le mediazioni storiche e culturali. Pertanto, alla luce della Bibbia, l’«inculturazione» della fede non è la rigida trasmissione, da una generazione all’altra, di un sistema dottrinale certo e immutabile (il depositum fidei), ma è fare storia e cultura attraverso le necessarie «mediazioni». Il discorso sulla verità non si può disgiungere da quello sulla prassi pastorale. È molto diverso intendere la nuova evangelizzazione come mero adeguamento della verità rivelata (intesa come un sistema dottrinale astorico) ai problemi del mondo moderno, oppure intenderla nel senso di quel «pensare in modo più aperto» (e biblico), di cui Martini offre un esempio nelle sue risposte ai giovani. Ciò consente di ampliare gli orizzonti pastorali e di entrare in dialogo con la cultura dei nostri giorni, anche se molte riflessioni del libro difficilmente saranno condivise da quanti sono fermi all’impostazione scolastica, prevalente negli stessi documenti conciliari.
Ritorna il dilemma di sempre: primato della verità o primato della carità? Cultura della presenza o cultura della mediazione? Il contributo del card. Martini può aiutare a superare questa contrapposizione, in realtà più artificiale che reale. La soluzione va cercata nella direzione indicata da san Paolo, quando parla di «fare la verità nella carità» (Efesini 4,15). La verità, cioè, non «s’impone»; la verità «si fa» nel servizio, nella vita, nella storia, nella cultura. Il modo più efficace di trasmettere la verità evangelica alle nuove generazioni è testimoniarla con la parola e con la vita, mediandola nel linguaggio, nella storia e nella cultura. Inverando la fede nella carità, direbbe Benedetto XVI: «Il cristiano sa – scrive nell’enciclica Deus caritas est – quando è tempo di parlare di Dio e quando è giusto tacere di Lui e lasciar parlare solamente l’amore. Egli sa che Dio è amore (cfr I Giovanni 4,8) e si rende presente proprio nei momenti in cui nient’altro viene fatto fuorché amare» (n. 31 c).
Questo, appunto, chiede Martini ai cristiani adulti, rispondendo all’ultima domanda: come tramandare ai giovani il cristianesimo e farlo rifiorire? Conclude lapidariamente il Cardinale: «Consegna ai tuoi figli un mondo che non sia rovinato. Fa’ sì che siano radicati nella tradizione, soprattutto nella Bibbia. Leggila insieme a loro. Abbi profonda fiducia nei giovani, essi risolveranno i problemi. Non dimenticare di dare loro anche dei limiti. Impareranno a sopportare difficoltà e ingiurie se per loro la giustizia conta più di ogni altra cosa» (p. 126).
 © FCSF – Aggiornamenti Sociali

Benedetto XVI e la donazione degli organi

Posted in Chiesa Cattolica by incompiutezza on novembre 8, 2008

Il Papa ai partecipanti al congresso internazionale sul tema della donazione di organi

Nessun arbitrio o incertezza
nell’accertare la morte

La donazione di organi è “una forma particolare di testimonianza della carità”, ma non devono esserci arbitrii o incertezze nell’accertamento della morte del paziente donatore. Lo ha affermato il Papa incontrando venerdì mattina, 7 novembre 2008, i partecipanti a un congresso internazionale promosso dalla Pontificia Accademia per la Vita.

Venerati Confratelli nell’Episcopato,
Illustri Signori e Signore!
La donazione di organi è una forma peculiare di testimonianza della carità. In un periodo come il nostro, spesso segnato da diverse forme di egoismo, diventa sempre più urgente comprendere quanto sia determinante per una corretta concezione della vita entrare nella logica della gratuità. Esiste, infatti, una responsabilità dell’amore e della carità che impegna a fare della propria vita un dono per gli altri, se si vuole veramente realizzare se stessi. Come il Signore Gesù ci ha insegnato, solamente colui che dona la propria vita potrà salvarla (cfr. Lc 9, 24). Nel salutare tutti i presenti, con un particolare pensiero per il Senatore Maurizio Sacconi, Ministro del Lavoro, della Salute e Politiche Sociali, ringrazio l’Arcivescovo Mons. Rino Fisichella, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, per le parole che mi ha rivolto, illustrando il profondo significato di questo incontro e presentando la sintesi dei lavori congressuali. Insieme con lui, ringrazio anche il Presidente dell’International Federation of Catholic Medical Associations e il Direttore del Centro Nazionale Trapianti, sottolineando con apprezzamento il valore della collaborazione di tali Organismi in un ambito come quello del trapianto degli organi che è stato oggetto, illustri Signori e Signore, delle vostre giornate di studio e di dibattito.
La storia della medicina mostra con evidenza i grandi progressi che si sono potuti realizzare per permettere una vita sempre più degna ad ogni persona che soffre. I trapianti di tessuti e di organi rappresentano una grande conquista della scienza medica e sono certamente un segno di speranza per tante persone che versano in gravi e a volte estreme situazioni cliniche. Se il nostro sguardo si allarga al mondo intero è facile individuare i tanti e complessi casi in cui, grazie alla tecnica del trapianto di organi, molte persone hanno superato fasi altamente critiche e sono state restituite alla gioia di vivere. Questo non sarebbe mai potuto avvenire se l’impegno dei medici e la competenza dei ricercatori non avessero potuto contare sulla generosità e sull’altruismo di quanti hanno donato i loro organi. Il problema della disponibilità di organi vitali da trapianto, purtroppo, non è teorico, ma drammaticamente pratico; esso è verificabile nella lunga lista d’attesa di tanti malati le cui uniche possibilità di sopravvivenza sono legate alle esigue offerte che non corrispondono ai bisogni oggettivi.
È utile, soprattutto nel contesto odierno, ritornare a riflettere su questa conquista della scienza, perché non avvenga che il moltiplicarsi delle richieste di trapianto abbia a sovvertire i principi etici che ne stanno alla base. Come ho detto nella mia prima Enciclica, il corpo non potrà mai essere considerato un mero oggetto (cfr. Deus caritas est, n. 5); la logica del mercato, altrimenti, avrebbe il sopravvento. Il corpo di ogni persona, insieme con lo spirito che è dato ad ognuno singolarmente, costituisce un’unità inscindibile in cui è impressa l’immagine di Dio stesso. Prescindere da questa dimensione conduce verso prospettive incapaci di cogliere la totalità del mistero presente in ognuno. È necessario, quindi, che in prima istanza si ponga il rispetto per la dignità della persona e la tutela della sua identità personale. Per quanto riguarda la tecnica del trapianto di organi, ciò significa che si può donare solamente se non è mai posto in essere un serio pericolo per la propria salute e la propria identità e sempre per un motivo moralmente valido e proporzionato. Eventuali logiche di compravendita degli organi, come pure l’adozione di criteri discriminatori o utilitaristici, striderebbero talmente con il significato sotteso del dono che si porrebbero da sé fuori gioco, qualificandosi come atti moralmente illeciti. Gli abusi nei trapianti e il loro traffico, che spesso toccano persone innocenti quali i bambini, devono trovare la comunità scientifica e medica prontamente unite nel rifiutarli come pratiche inaccettabili. Esse pertanto vanno decisamente condannate come abominevoli. Lo stesso principio etico va ribadito quando si vuole giungere alla creazione e distruzione di embrioni umani destinati a scopo terapeutico. La semplice idea di considerare l’embrione come “materiale terapeutico” contraddice le basi culturali, civili ed etiche su cui poggia la dignità della persona.
Avviene spesso che la tecnica del trapianto di organi si compia per un gesto di totale gratuità da parte dei parenti di pazienti di cui è stata accertata la morte. In questi casi, il consenso informato è condizione previa di libertà, perché il trapianto abbia la caratteristica di un dono e non sia interpretato come un atto coercitivo o di sfruttamento. È utile ricordare, comunque, che i singoli organi vitali non possono essere prelevati che ex cadavere, il quale peraltro possiede pure una sua dignità che va rispettata. La scienza, in questi anni, ha compiuto ulteriori progressi nell’accertare la morte del paziente. È bene, quindi, che i risultati raggiunti ricevano il consenso dall’intera comunità scientifica così da favorire la ricerca di soluzioni che diano certezza a tutti. In un ambito come questo, infatti, non può esserci il minimo sospetto di arbitrio e dove la certezza ancora non fosse raggiunta deve prevalere il principio di precauzione. È utile per questo che si incrementi la ricerca e la riflessione interdisciplinare in modo tale che la stessa opinione pubblica sia messa dinanzi alla più trasparente verità sulle implicanze antropologiche, sociali, etiche e giuridiche della pratica del trapianto. In questi casi, comunque, deve valere sempre come criterio principale il rispetto per la vita del donatore così che il prelievo di organi sia consentito solo in presenza della sua morte reale (cfr. Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 476). L’atto d’amore che viene espresso con il dono dei propri organi vitali permane come una genuina testimonianza di carità che sa guardare al di là della morte perché vinca sempre la vita. Del valore di questo gesto dovrebbe essere ben cosciente il ricevente; egli è destinatario di un dono che va oltre il beneficio terapeutico. Ciò che riceve, infatti, prima ancora di un organo è una testimonianza di amore che deve suscitare una risposta altrettanto generosa, così da incrementare la cultura del dono e della gratuità.
La via maestra da seguire, fino a quando la scienza giunga a scoprire eventuali forme nuove e più progredite di terapia, dovrà essere la formazione e la diffusione di una cultura della solidarietà che si apra a tutti e non escluda nessuno. Una medicina dei trapianti corrispondente a un’etica della donazione esige da parte di tutti l’impegno per investire ogni possibile sforzo nella formazione e nell’informazione, così da sensibilizzare sempre più le coscienze verso una problematica che investe direttamente la vita di tante persone. Sarà necessario, pertanto, fugare pregiudizi e malintesi, dissipare diffidenze e paure per sostituirle con certezze e garanzie in modo da permettere l’accrescersi in tutti di una sempre più diffusa consapevolezza del grande dono della vita.
Con questi sentimenti, mentre auguro a ciascuno di continuare nel proprio impegno con la dovuta competenza e professionalità, invoco l’aiuto di Dio sui lavori del Congresso ed imparto a tutti di cuore la mia Benedizione.

(©L’Osservatore Romano – 8 novembre 2008)

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html

Orientamenti per l’utilizzo delle competenze psicologiche nell’ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio

Posted in Chiesa Cattolica by incompiutezza on novembre 1, 2008

Congregazione per l’Educazione Cattolica il documento


«Orientamenti per l’utilizzo delle competenze psicologiche
nell’ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio»

Per la piena maturità dei preti di domani

I. La Chiesa e il discernimento vocazionale

1. “Ogni vocazione cristiana viene da Dio, è dono di Dio. Essa però non viene mai elargita fuori o indipendentemente dalla Chiesa, ma passa sempre nella Chiesa e mediante la Chiesa (…) luminoso e vivo riflesso del mistero della Trinità santissima” (1).
La Chiesa, “generatrice ed educatrice di vocazioni” (2), ha il compito di discernere la vocazione e l’idoneità dei candidati al ministero sacerdotale. Infatti, “la chiamata interiore dello Spirito Santo ha bisogno di essere riconosciuta come autentica chiamata dal vescovo” (3).
Nel promuovere tale discernimento e nell’intera formazione al ministero, la Chiesa è mossa da una duplice attenzione: salvaguardare il bene della propria missione e, allo stesso tempo, quello dei candidati. Come ogni vocazione cristiana, la vocazione al sacerdozio, infatti, unitamente alla dimensione cristologica, ha un’essenziale dimensione ecclesiale: “non solo essa deriva “dalla” Chiesa e dalla sua mediazione, non solo si fa riconoscere e si compie “nella” Chiesa, ma si configura – nel fondamentale servizio a Dio – anche e necessariamente come servizio “alla” Chiesa. La vocazione cristiana, in ogni sua forma, è un dono destinato all’edificazione della Chiesa, alla crescita del Regno di Dio nel mondo” (4).
Quindi, il bene della Chiesa e quello del candidato non sono tra loro contrapposti, bensì convergenti. I responsabili della formazione sono impegnati ad armonizzarli tra loro, considerandoli sempre simultaneamente nella loro dinamica interdipendenza: è, questo, un aspetto essenziale della grande responsabilità del loro servizio alla Chiesa e alle persone (5).
2. Il ministero sacerdotale, inteso e vissuto come conformazione a Cristo Sposo, Buon Pastore, richiede doti nonché virtù morali e teologali, sostenute da equilibrio umano e psichico, particolarmente affettivo, così da permettere al soggetto di essere adeguatamente predisposto a una donazione di sé veramente libera nella relazione con i fedeli in una vita celibataria (6).
Trattando delle diverse dimensioni della formazione sacerdotale – umana, spirituale, intellettuale, pastorale – l‘Esortazione apostolica post-sinodale Pastores dabo vobis, prima di soffermarsi su quella spirituale, “elemento di massima importanza nell’educazione sacerdotale” (7), rileva che la dimensione umana è il fondamento dell’intera formazione. Essa elenca una serie di virtù umane e di capacità relazionali che sono richieste al sacerdote affinché la sua personalità sia “ponte e non ostacolo per gli altri nell’incontro con Gesù Cristo Redentore dell’uomo” (8). Esse vanno dall’equilibrio generale della personalità alla capacità di portare il peso delle responsabilità pastorali, dalla conoscenza profonda dell’animo umano al senso della giustizia e della lealtà (9).
Alcune di queste qualità meritano particolare attenzione: il senso positivo e stabile della propria identità virile e la capacità di relazionarsi in modo maturo con altre persone o gruppi di persone; un solido senso di appartenenza, fondamento della futura comunione con il presbiterio e di una responsabile collaborazione al ministero del vescovo (10); la libertà di entusiasmarsi per grandi ideali e la coerenza nel realizzarli nell’azione d’ogni giorno; il coraggio di prendere decisioni e di restarvi fedeli; la conoscenza di sé, delle proprie doti e limiti integrandoli in una visione positiva di sé di fronte a Dio; la capacità di correggersi; il gusto per la bellezza intesa come “splendore di verità” e l’arte di riconoscerla; la fiducia che nasce dalla stima per l’altro e che porta all’accoglienza; la capacità del candidato di integrare, secondo la visione cristiana, la propria sessualità, anche in considerazione dell’obbligo del celibato (11).
Tali disposizioni interiori devono essere plasmate nel cammino di formazione del futuro presbitero, il quale, uomo di Dio e della Chiesa, è chiamato a edificare la comunità ecclesiale. Egli, innamorato dell’Eterno, è proteso all’autentica e integrale valorizzazione dell’uomo e a vivere sempre più la ricchezza della propria affettività nel dono di sé al Dio uno e trino e ai fratelli, particolarmente a quelli che soffrono.
Si tratta, ovviamente, di obiettivi che si possono raggiungere soltanto attraverso la diuturna corrispondenza del candidato all’opera della grazia in lui e che sono acquisiti con un graduale, lungo e non sempre lineare cammino di formazione (12).
Consapevole del mirabile e impegnativo intreccio delle dinamiche umane e spirituali nella vocazione, il candidato non può che trarre vantaggio da un attento e responsabile discernimento vocazionale, teso a individuare cammini personalizzati di formazione e a superare con gradualità eventuali carenze sul piano spirituale e umano. È dovere della Chiesa fornire ai candidati un’efficace integrazione delle dimensioni umana e morale, alla luce della dimensione spirituale a cui esse si aprono e in cui si completano (13).

II. Preparazione dei formatori

3. Ogni formatore dovrebbe essere buon conoscitore della persona umana, dei suoi ritmi di crescita, delle sue potenzialità e debolezze e del suo modo di vivere il rapporto con Dio. Per questo, è auspicabile che i vescovi, fruendo di esperienze, di programmi e di istituzioni ben collaudate, provvedano a una idonea preparazione dei formatori nella pedagogia vocazionale, secondo le indicazioni già emanate dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica (14).
I formatori hanno bisogno di adeguata preparazione per operare un discernimento che permetta, nel pieno rispetto della dottrina della Chiesa circa la vocazione sacerdotale, sia di decidere in modo ragionevolmente sicuro in ordine all’ammissione in seminario o alla casa di formazione del clero religioso, ovvero alla dimissione da essi per motivi di non idoneità, sia di accompagnare il candidato verso l’acquisizione di quelle virtù morali e teologali necessarie per vivere in coerenza e libertà interiore la donazione totale della propria vita per essere “servitore della Chiesa comunione” (15).
4. Il documento Orientamenti educativi per la formazione al celibato sacerdotale, di questa Congregazione per l’Educazione Cattolica, riconosce che “gli errori di discernimento delle vocazioni non sono rari, e troppe inettitudini psichiche, più o meno patologiche, si rendono manifeste soltanto dopo l’ordinazione sacerdotale. Il discernerle in tempo permetterà di evitare tanti drammi” (16).
Ciò esige che ogni formatore abbia la sensibilità e la preparazione psicologica adeguate (17) per essere in grado, per quanto possibile, di percepire le reali motivazioni del candidato, di discernere gli ostacoli nell’integrazione tra maturità umana e cristiana e le eventuali psicopatologie. Egli deve ponderare accuratamente e con molta prudenza la storia del candidato. Da sola, però, essa non può costituire il criterio decisivo, sufficiente per giudicare l’ammissione o la dimissione dalla formazione. Il formatore deve saper valutare sia la persona nella sua globalità e progressività di sviluppo – con i suoi punti di forza e i suoi punti deboli – sia la consapevolezza che essa ha dei suoi problemi, sia la sua capacità di controllare responsabilmente e liberamente il proprio comportamento.
Per questo, ogni formatore va preparato, anche con adeguati corsi specifici, alla più profonda comprensione della persona umana e delle esigenze della sua formazione al ministero ordinato. A tale scopo, molto utili possono essere gli incontri di confronto e chiarificazione con esperti in scienze psicologiche su alcune specifiche tematiche.

III. Contributo della psicologia al discernimento e alla formazione

5. In quanto frutto di un particolare dono di Dio, la vocazione al sacerdozio e il suo discernimento esulano dalle strette competenze della psicologia. Tuttavia, per una valutazione più sicura della situazione psichica del candidato, delle sue attitudini umane a rispondere alla chiamata divina, e per un ulteriore aiuto nella sua crescita umana, in alcuni casi può essere utile il ricorso a esperti nelle scienze psicologiche. Essi possono offrire ai formatori non solo un parere circa la diagnosi e l’eventuale terapia di disturbi psichici, ma anche un contributo nel sostegno allo sviluppo delle qualità umane e relazionali richieste dall’esercizio del ministero (18), suggerendo utili itinerari da seguire per favorire una risposta vocazionale più libera.
Anche la formazione al sacerdozio deve fare i conti sia con le molteplici manifestazioni di quello squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo (19) – e che ha una sua particolare manifestazione nelle contraddizioni tra l’ideale di oblatività, cui coscientemente il candidato aspira, e la sua vita concreta – sia con le difficoltà proprie di un progressivo sviluppo delle virtù umane e relazionali. L’aiuto del padre spirituale e del confessore è fondamentale e imprescindibile per superarle con la grazia di Dio. In alcuni casi, tuttavia, lo sviluppo di queste qualità umane e relazionali può essere ostacolato da particolari ferite del passato non ancora risolte.
Infatti, coloro che oggi chiedono di entrare in seminario riflettono, in modo più o meno accentuato, il disagio di un’emergente mentalità caratterizzata da consumismo, da instabilità nelle relazioni familiari e sociali, da relativismo morale, da visioni errate della sessualità, da precarietà delle scelte, da una sistematica opera di negazione dei valori, soprattutto da parte dei mass-media.
Tra i candidati si possono trovare alcuni che provengono da particolari esperienze – umane, familiari, professionali, intellettuali, affettive – che in vario modo hanno lasciato ferite non ancora guarite e che provocano disturbi, sconosciuti nella loro reale portata allo stesso candidato e spesso da lui attribuiti erroneamente a cause esterne a sé, senza avere, quindi, la possibilità di affrontarli adeguatamente (20).
È evidente che tutto ciò può condizionare la capacità di progredire nel cammino formativo verso il sacerdozio.
Si casus ferat (21) – ossia nei casi eccezionali che presentano particolari difficoltà – il ricorso a esperti nelle scienze psicologiche, sia prima dell’ammissione al seminario sia durante il cammino formativo, può aiutare il candidato nel superamento di quelle ferite, in vista di una sempre più stabile e profonda interiorizzazione dello stile di vita di Gesù Buon Pastore, Capo e Sposo della Chiesa (22).
Per una corretta valutazione della personalità del candidato, l’esperto potrà fare ricorso sia a interviste, sia a test, da attuare sempre con il previo, esplicito, informato e libero consenso del candidato (23).
Consideratane la particolare delicatezza, dovrà essere evitato l’uso di specialistiche tecniche psicologiche o psicoterapeutiche da parte dei formatori.
6. È utile che il rettore e gli altri formatori possano contare sulla collaborazione di esperti nelle scienze psicologiche, che comunque non possono fare parte dell’équipe dei formatori. Essi dovranno aver acquisito competenza specifica in campo vocazionale e, alla professionalità, unire la sapienza dello Spirito.
Nella scelta degli esperti cui fare ricorso per la consulenza psicologica, per garantire meglio l’integrazione con la formazione morale e spirituale, evitando deleterie confusioni o contrapposizioni, si tenga presente che essi, oltre a distinguersi per la loro solida maturità umana e spirituale, devono ispirarsi a un’antropologia che condivida apertamente la concezione cristiana circa la persona umana, la sessualità, la vocazione al sacerdozio e al celibato, così che il loro intervento tenga conto del mistero dell’uomo nel suo personale dialogo con Dio, secondo la visione della Chiesa.
ove non fossero disponibili tali esperti, si provveda alla loro specifica preparazione (24).
L’ausilio delle scienze psicologiche deve integrarsi nel quadro della globale formazione del candidato, così da non ostacolare, ma da assicurare in modo particolare la salvaguardia del valore irrinunciabile dell’accompagnamento spirituale, il cui compito è di mantenere orientato il candidato alla verità del ministero ordinato, secondo la visione della Chiesa. Il clima di fede, di preghiera, di meditazione della Parola di Dio, di studio della teologia e di vita comunitaria – fondamentale per la maturazione di una generosa risposta alla vocazione ricevuta da Dio – permetterà al candidato una corretta comprensione del significato e l’integrazione del ricorso alle competenze psicologiche nel suo cammino vocazionale.
7. Il ricorso agli esperti nelle scienze psicologiche dovrà essere regolato nei diversi Paesi dalle rispettive Rationes institutionis sacerdotalis e nei singoli seminari dagli ordinari o superiori maggiori competenti, con fedeltà e coerenza ai princìpi e alle direttive del presente documento.

a. Discernimento iniziale

8. È necessario, fin dal momento in cui il candidato si presenta per essere accolto in seminario, che il formatore possa conoscerne accuratamente la personalità, le attitudini, le disposizioni, le risorse, le potenzialità e i diversi eventuali tipi di ferite, valutandone la natura e l’intensità.
Non bisogna dimenticare la possibile tendenza di alcuni candidati a minimizzare o a negare le proprie debolezze: essi non parlano ai formatori di alcune loro gravi difficoltà, temendo di poter non essere capiti e di non essere accettati. Coltivano così attese poco realistiche nei confronti del proprio futuro. Al contrario, vi sono candidati che tendono a enfatizzare le loro difficoltà, considerandole ostacolo insormontabile per il cammino vocazionale.
Il discernimento tempestivo degli eventuali problemi che ostacolassero il cammino vocazionale – quali l‘eccessiva dipendenza affettiva, l‘aggressività sproporzionata, l’insufficiente capacità di essere fedele agli impegni assunti e di stabilire rapporti sereni di apertura, fiducia e collaborazione fraterna e con l’autorità, l’identità sessuale confusa o non ancora ben definita non può che essere di grande beneficio per la persona, per le istituzioni vocazionali e per la Chiesa.
Nella fase del discernimento iniziale, l’aiuto di esperti nelle scienze psicologiche può essere necessario anzitutto a livello propriamente diagnostico, qualora ci fosse il dubbio di presenza di disturbi psichici. Se si constatasse la necessità di una terapia, dovrebbe essere attuata prima dell’ammissione al seminario o alla casa di formazione.
L’aiuto degli esperti può essere utile ai formatori anche per delineare un cammino formativo personalizzato secondo le specifiche esigenze del candidato.
Nella valutazione della possibilità di vivere, in fedeltà e gioia, il carisma del celibato, quale dono totale della propria vita a immagine di Cristo Capo e Pastore della Chiesa, si tenga presente che non basta accertarsi della capacità di astenersi dall’esercizio della genitalità, ma è necessario anche valutare l’orientamento sessuale, secondo le indicazioni emanate da questa Congregazione (25). La castità per il Regno, infatti, è molto di più della semplice mancanza di relazioni sessuali.
Alla luce delle finalità indicate, la consultazione psicologica può in alcuni casi risultare utile.

b. Formazione successiva

9. Nel periodo della formazione, il ricorso a esperti nelle scienze psicologiche, oltre a rispondere alle necessità generate da eventuali crisi, può essere utile a sostenere il candidato nel suo cammino verso un più sicuro possesso delle virtù umane e morali; può fornire al candidato una più profonda conoscenza della propria personalità e può contribuire a superare, o a rendere meno rigide, le resistenze psichiche alle proposte formative.
Una maggiore padronanza, non solo delle proprie debolezze, ma anche delle proprie forze umane e spirituali (26), permette di donarsi con la dovuta consapevolezza e libertà a Dio, nella responsabilità verso se stessi e verso la Chiesa.
Non si sottovaluti, tuttavia, il fatto che la maturità cristiana e vocazionale raggiungibile, grazie anche all’aiuto delle competenze psicologiche, benché illuminate e integrate dai dati dell’antropologia della vocazione cristiana, e quindi della grazia, non sarà mai esente da difficoltà e tensioni che richiedono disciplina interiore, spirito di sacrificio, accettazione della fatica e della croce (27), e affidamento all’aiuto insostituibile della grazia (28).
10. Il cammino formativo dovrà essere interrotto nel caso in cui il candidato, nonostante il suo impegno, il sostegno dello psicologo o la psicoterapia, continuasse a manifestare incapacità ad affrontare realisticamente, sia pure con la gradualità di ogni crescita umana, le proprie gravi immaturità (forti dipendenze affettive, notevole mancanza di libertà nelle relazioni, eccessiva rigidità di carattere, mancanza di lealtà, identità sessuale incerta, tendenze omosessuali fortemente radicate, e così via).
Lo stesso deve valere anche nel caso in cui risultasse evidente la difficoltà a vivere la castità nel celibato, vissuto come un obbligo così pesante da compromettere l’equilibrio affettivo e relazionale.

IV. La richiesta di indagini specialistiche e il rispetto dell’intimità del candidato

11. Spetta alla Chiesa scegliere le persone che ritiene adatte al ministero pastorale ed è suo diritto e dovere verificare la presenza delle qualità richieste in coloro che essa ammette al ministero sacro (29).
Il canone 1051 1 del Codice di Diritto Canonico prevede che per lo scrutinio delle qualità richieste in vista dell’ordinazione si provveda, tra l’altro, all’indagine sullo stato di salute fisica e psichica del candidato (30).
Il canone 1052 stabilisce che il vescovo, per poter procedere all’ordinazione, deve avere la certezza morale sull’idoneità del candidato, “provata con argomenti positivi” ( 1) e che, nel caso di un dubbio fondato, non deve procedere all’ordinazione (cfr. 3).
Da ciò deriva che la Chiesa ha il diritto di verificare, anche con il ricorso alla scienza medica e psicologica, l’idoneità dei futuri presbiteri. Infatti, è proprio del vescovo o del superiore competente non solo sottoporre a esame l’idoneità del candidato, ma anche riconoscerla. Il candidato al presbiterato non può imporre le proprie personali condizioni, ma deve accettare con umiltà e gratitudine le norme e le condizioni che la Chiesa stessa, per la sua parte di responsabilità, pone (31). Per cui, in casi di dubbio circa l’idoneità, l’ammissione al seminario o alla casa di formazione sarà possibile, talvolta, soltanto dopo una valutazione psicologica della personalità.
12. Il diritto e il dovere dell’istituzione formativa di acquisire le conoscenze necessarie per un giudizio prudenzialmente certo sull’idoneità del candidato non possono ledere il diritto alla buona fama di cui la persona gode, né il diritto a difendere la propria intimità, come prescritto dal canone 220 del Codice di Diritto Canonico. Ciò significa che si potrà procedere alla consulenza psicologica solo con il previo, esplicito, informato e libero consenso del candidato.
I formatori assicurino un’atmosfera di fiducia, così che il candidato possa aprirsi e partecipare con convinzione all’opera di discernimento e di accompagnamento, offrendo “la sua personale convinta e cordiale collaborazione” (32). A lui è richiesta un’apertura sincera e fiduciosa con i propri formatori. Solo facendosi sinceramente conoscere da loro può essere aiutato in quel cammino spirituale che egli stesso cerca entrando in seminario.
Importanti, e spesso determinanti per superare eventuali incomprensioni, saranno sia il clima educativo tra alunni e formatori – contrassegnato da apertura e trasparenza – sia le motivazioni e le modalità con cui i formatori presenteranno al candidato il suggerimento di una consulenza psicologica.
Si eviti l’impressione che tale suggerimento significhi preludio di un’inevitabile dimissione dal seminario o dalla casa di formazione.
Il candidato potrà rivolgersi liberamente o a un esperto, scelto tra quelli indicati dai formatori, oppure a uno scelto da lui stesso e accettato da loro.
Secondo le possibilità, dovrebbe essere sempre garantita ai candidati una libera scelta tra vari esperti che abbiano i requisiti indicati (33).
Qualora il candidato, davanti a una richiesta motivata da parte dei formatori, rifiutasse di accedere a una consulenza psicologica, essi non forzeranno in alcun modo la sua volontà e procederanno prudentemente nell’opera di discernimento con le conoscenze di cui dispongono, tenendo conto del citato canone 1052 1.

V. Il rapporto dei responsabili della formazione con l’esperto

a. I responsabili del foro esterno

13. In spirito di fiducia reciproca e collaborazione alla propria formazione, il candidato potrà essere invitato a dare liberamente il proprio consenso scritto affinché l’esperto nelle scienze psicologiche, tenuto al segreto professionale, possa comunicare gli esiti della consultazione ai formatori, da lui stesso indicati. Essi si serviranno delle informazioni, in tal modo acquisite, per elaborare un quadro generale della personalità del candidato e per trarre le opportune indicazioni in vista del suo ulteriore cammino formativo o dell’ammissione all’ordinazione.
Onde proteggere, nel presente e nel futuro, l’intimità e la buona fama del candidato si presti particolare cura affinché le esternazioni dell’esperto siano accessibili esclusivamente ai responsabili della formazione, con il preciso e vincolante divieto di farne uso diverso da quello proprio del discernimento vocazionale e della formazione del candidato.

b. Carattere specifico della direzione spirituale

14. Al padre spirituale spetta un compito non lieve nel discernimento della vocazione, sia pure nell’ambito della coscienza.
Fermo restando che la direzione spirituale non può in alcun modo essere scambiata per o sostituita da forme di analisi o di aiuto psicologico e che la vita spirituale di per sé favorisce una crescita nelle virtù umane, se non ci sono blocchi di natura psicologica (34), il padre spirituale può trovarsi, per chiarire dubbi altrimenti non risolvibili, nella necessità di suggerire una consulenza psicologica, senza comunque mai imporla, onde procedere con maggior sicurezza nel discernimento e nell’accompagnamento spirituale (35).
Nel caso di una richiesta di consulenza psicologica da parte del padre spirituale, è auspicabile che il candidato, oltre a rendere edotto lo stesso padre spirituale dei risultati della consultazione, informi altresì il formatore di foro esterno, specialmente se lo stesso padre spirituale lo avrà invitato a questo.
Qualora il padre spirituale ritenga utile acquisire direttamente lui stesso informazioni dal consulente, proceda secondo quanto indicato al numero 13 per i formatori di foro esterno.
Dai risultati della consulenza psicologica il padre spirituale trarrà le indicazioni opportune per il discernimento di sua competenza e per i consigli da dare al candidato, anche in ordine al proseguimento o meno del cammino formativo.

c. Aiuto dell’esperto al candidato e ai formatori

15. L’espertoin quanto richiesto – aiuterà il candidato a raggiungere una maggiore conoscenza di sé, delle proprie potenzialità e vulnerabilità. Lo aiuterà anche a confrontare gli ideali vocazionali proclamati con la propria personalità, onde stimolare una adesione personale, libera e consapevole alla propria formazione. Sarà compito dell’esperto fornire al candidato le opportune indicazioni sulle difficoltà che egli sta sperimentando e sulle loro possibili conseguenze per la sua vita e per il suo futuro ministero sacerdotale.
Effettuata l’indagine, tenendo conto anche delle indicazioni offertegli dai formatori, l’esperto, solo con il previo consenso scritto del candidato, darà loro il suo contributo per comprendere il tipo di personalità e le problematiche che il soggetto sta affrontando o deve affrontare.
Egli indicherà anche, secondo la sua valutazione e le proprie competenze, le prevedibili possibilità di crescita della personalità del candidato. Suggerirà, inoltre, se necessario, forme o itinerari di sostegno psicologico.

VI. Le persone dimesse o che liberamente hanno lasciato seminari o case di formazione

16. È contrario alle norme della Chiesa ammettere al seminario o alla casa di formazione persone già uscite o, a maggior ragione, dimesse da altri seminari o da case di formazione, senza assumere prima le dovute informazioni dai loro rispettivi vescovi o superiori maggiori, soprattutto circa le cause della dimissione o dell’uscita (36).
È preciso dovere dei precedenti formatori fornire informazioni esatte ai nuovi formatori.
Si presti particolare attenzione al fatto che spesso i candidati lasciano l’istituzione educativa di spontanea volontà per prevenire una dimissione forzata.
Nel caso di passaggio ad altro seminario o casa di formazione, il candidato deve informare i nuovi formatori della consultazione psicologica precedentemente effettuata. Solo con il libero consenso scritto del candidato, i nuovi formatori potranno avere accesso alle comunicazioni dell’esperto che aveva effettuato la consultazione.
Nel caso si ritenga di poter accogliere in seminario un candidato che, dopo la precedente dimissione, si sia sottoposto a trattamento psicologico, si verifichi prima, per quanto è possibile, con accuratezza la sua condizione psichica, assumendo, tra l’altro, dopo aver ottenuto il suo libero consenso scritto, le dovute informazioni presso l’esperto che lo ha accompagnato.
Nel caso in cui un candidato chiede il passaggio a un altro seminario o casa di formazione dopo essere ricorso a un esperto in psicologia, senza voler accettare che la perizia sia a disposizione dei nuovi formatori, si tenga presente che l’idoneità del candidato deve essere provata con argomenti positivi, a norma del citato canone 1052, e quindi deve essere escluso ogni ragionevole dubbio.

Conclusione

17. Tutti coloro che, a vario titolo, sono coinvolti nella formazione offrano la loro convinta collaborazione, nel rispetto delle specifiche competenze di ciascuno, affinché il discernimento e l’accompagnamento vocazionale dei candidati siano adatti a “portare al sacerdozio solo coloro che sono stati chiamati e di portarli adeguatamente formati, ossia con una risposta cosciente e libera di adesione e di coinvolgimento di tutta la loro persona a Gesù Cristo che chiama all’intimità di vita con lui e alla condivisione della sua missione di salvezza” (37).
Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, nel corso dell’udienza concessa il 13 giugno 2008 al sottoscritto cardinale prefetto, ha approvato il presente documento e ne ha autorizzato la pubblicazione.

Roma, 29 giugno 2008, solennità dei santi Pietro e Paolo, Apostoli.

Zenon cardinale Grocholewski
Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica

Jean-Louis Bruguès
Arcivescovo Segretario della Congregazione

Note

1) Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale Pastores dabo vobis (25 marzo 1992), n. 35b-c: Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 714.
2) Ibidem, n. 35d: Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 715.
3) Ibidem, n. 65d: Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 771.
4) Ibidem, n. 35e: Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 715.
5) Cfr. ibidem, nn. 66-67: Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 772-775.
6) Di tali condizioni viene data una descrizione molto ampia in Pastores dabo vobis, nn. 43-44: Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 731-736; cfr. Codex Iuris Canonici, canoni 1029 e 1041, 1.
7) In quanto essa, “per ogni presbitero (…) costituisce il cuore che unifica e vivifica il suo essere prete e il suo fare il prete”: Pastores dabo vobis, n. 45c: Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 737.
8) Pastores dabo vobis, n. 43: Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 731-733.
9) Cfr. ibidem; cfr. anche concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto sulla formazione sacerdotale Optatam totius (28 ottobre 1965), n. 11: Acta Apostolicae Sedis, 58 (1966), 720-721; Decreto sul ministero e la vita dei presbiteri Presbyterorum ordinis (7 dicembre 1965), n. 3: Acta Apostolicae Sedis, 58 (1966), 993-995; Congregazione per l’Educazione Cattolica, Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis (19 marzo 1985), n. 51.
10) Cfr. Pastores dabo vobis, n. 17: Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 682-684.
11) Paolo VI, nella Lettera enciclica Sacerdotalis cælibatus (24 giugno 1967), tratta esplicitamente di questa necessaria capacità del candidato al sacerdozio ai nn. 63-64: Acta Apostolicae Sedis, 59 (1967), 682-683. Egli conclude al n. 64: “Una vita così totalmente e delicatamente impegnata nell’intimo e all’esterno, come quella del sacerdote celibe, esclude, infatti, soggetti di insufficiente equilibrio psicofisico e morale, né si deve pretendere che la grazia supplisca in ciò la natura”. Cfr. anche Pastores dabo vobis, n. 44: Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 733-736.
Nel percorso evolutivo assume un’importanza speciale la maturità affettiva, un ambito dello sviluppo che richiede, oggi più di ieri, una particolare attenzione. “Si cresce nella maturità affettiva quando il cuore aderisce a Dio. Cristo ha bisogno di sacerdoti che siano maturi, virili, capaci di coltivare un’autentica paternità spirituale. Perché ciò accada, serve l’onestà con se stessi, l’apertura verso il direttore spirituale e la fiducia nella divina misericordia”, Benedetto XVI, “Discorso ai sacerdoti e ai religiosi nella Cattedrale di Varsavia” (25 maggio 2006), in: “L’Osservatore Romano” (26-27 maggio 2006), p. 7. Cfr. Pontificia Opera per le Vocazioni Ecclesiastiche, Nuove vocazioni per una nuova Europa, Documento finale del Congresso sulle Vocazioni al sacerdozio e alla Vita consacrata in Europa (Roma, 5-10 maggio 1997), a cura delle Congregazioni per l’Educazione Cattolica, per le Chiese Orientali, per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica (6 gennaio 1998), n. 37, pp. 111-120.
13) Cfr. Pastores dabo vobis, n. 45a: Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 736.
14) Cfr. Congregazione per l’Educazione Cattolica, Direttive sulla preparazione degli educatori nei Seminari (4 novembre 1993), nn. 36 e 57-59; cfr. soprattutto Optatam totius, n. 5: Acta Apostolicae Sedis, 58 (1966), 716-717.
15) Pastores dabo vobis, n. 16e: Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 682.
16) Congregazione per l’Educazione Cattolica, Orientamenti educativi per la formazione al celibato sacerdotale (11 aprile 1974), n. 38.
17) Cfr. Pastores dabo vobis, n. 66c: Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 773; Direttive sulla preparazione degli educatori nei Seminari, n. 57-59.
18) Cfr. Optatam totius, n. 11: Acta Apostolicae Sedis, 58 (1966), 720-721.
19) Cfr. concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes (7 dicembre 1965), n. 10: Acta Apostolicae Sedis, 58 (1966), 1032-1033.
20) Per meglio comprendere queste affermazioni, è opportuno fare riferimento alle seguenti affermazioni di Giovanni Paolo II: “L’uomo, dunque, porta in sé il germe della vita eterna e la vocazione a far propri i valori trascendentali; egli, però, resta interiormente vulnerabile e drammaticamente esposto al rischio di fallire la propria vocazione, a causa di resistenze e difficoltà che egli incontra nel suo cammino esistenziale sia a livello conscio, ove è chiamata in causa la responsabilità morale, sia a livello subconscio, e ciò sia nella sua vita psichica ordinaria, che in quella segnata da lievi o moderate psicopatologie, che non influiscono sostanzialmente sulla libertà della persona di tendere agli ideali trascendenti, responsabilmente scelti” (Allocuzione alla Rota Romana (25 gennaio 1988): Acta Apostolicae Sedis, 80 (1988), 1181).
21) Cfr. Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, n. 39; Congregazione per i vescovi, Direttorio per il ministero pastorale dei vescovi Apostolorum Successores (22 febbraio 2004), n. 88.
22) Cfr. Pastores dabo vobis, n. 29d: Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 704.
23) Cfr. Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari, Istruzione sull’aggiornamento della formazione alla vita religiosa (6 gennaio 1969), n. 11 iii: Acta Apostolicae Sedis, 61 (1969), 113.
24) Cfr. Giovanni Paolo II: “Sarà opportuno curare la preparazione di esperti psicologi i quali, al buon livello scientifico, uniscano una comprensione profonda della concezione cristiana circa la vita e la vocazione al sacerdozio, così da essere in grado di fornire supporti efficaci alla necessaria integrazione tra la dimensione umana e quella soprannaturale”. (“Discorso ai partecipanti alla Sessione Plenaria della Congregazione per l’Educazione Cattolica” 4 febbraio 2002, n. 2: Acta Apostolicae Sedis, 94, 2002, 465).
25) Cfr. Congregazione per l’Educazione Cattolica, Istruzione circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al seminario e agli Ordini Sacri (4 novembre 2005): Acta Apostolicae Sedis, 97 (2005), 1007-1013.
26) Cfr. Orientamenti educativi per la formazione al celibato sacerdotale, n. 38.
27) Cfr. Pastores dabo vobis, n. 48d: Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 744.
28) Cfr. 2 Corinzi, 12, 7-10.
29) Cfr. Codex Iuris Canonici, canoni 1025, 1051 e 1052; Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Carta circular Entre las más delicadas a los excelentísimos y reverendísimos señores obispos diocesanos y demás ordinarios canónicamente facultados para llamar a las sagradas ordenes, sobre los escrutinios acerca de la idoneidad de los candidatos (10 novembre 1997): Notitiae 33 (1997), pp. 495-506.
30) Cfr. Codex Iuris Canonici, canoni 1029, 1031 1 e 1041, 1; Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, n. 39.
31) Cfr. Pastores dabo vobis, n. 35g: Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 715.
32) Ibidem, n. 69b: Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 778.
33) Cfr. n. 6 di questo documento.
34) Cfr. nota n. 20.
35) Cfr. Pastores dabo vobis, n. 40c: Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 725.
36) Cfr. Codex Iuris Canonici, canone 241, 3; Congregazione per l’Educazione Cattolica, Istruzione alle Conferenze Episcopali circa l’ammissione in Seminario di candidati provenienti da altri Seminari o Famiglie religiose (8 marzo 1996).
37) Pastores dabo vobis, n. 42c: Acta Apostolicae Sedis, 84 (1992), 730.

(©L’Osservatore Romano – 31 ottobre 2008)

Persecuzioni anticristiane in Asia – Da: Radio Vaticana

Posted in cattolicità, Chiesa Cattolica by incompiutezza on ottobre 24, 2008

 

 

24/10/2008 14.41.20

 

Ombre e luci nella vita dei cristiani in Asia: persecuzioni ma anche apprezzamento per la loro coerenza al Vangelo. Intervista con il vescovo Anthony Felix Machado

 

 

India, Cina, ma anche Pakistan, Indonesia, Corea del Nord: da mesi, purtroppo si rincorrono le notizie che parlano di nuove persecuzioni anticristiane in Asia o di già consolidate forme di repressione. Il Rapporto sulla libertà religiosa reso noto ieri da Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), disegna un quadro preoccupante, con appena qualche spiraglio che lascia intravedere segnali di una coesistenza improntata al rispetto. L’India è certamente il Paese che ha visto scatenarsi un autentico pogrom contro la Chiesa e i suoi membri. Ma la realtà ecclesiale dell’Asia non è solo ombre: non mancano le luci di uno sviluppo positivo, basato soprattutto – in un continente di antichissime tradizioni religiose – sui valori di pace portati dal Vangelo. Alessandro De Carolis ha parlato di questi temi con il vescovo Anthony Felix Machado, vescovo della diocesi indiana di Nasik:

 
R. – Attualmente, in India, la situazione si è relativamente calmata: ci sono pochissimi casi in questi giorni, anche perché siamo molto vicini alle feste indù del Diwali. Però, si avverte anche che i fondamentalisti non hanno abbandonato questa campagna di odio verso i cristiani. Continuano ancora a seminarlo, creano un pretesto davanti alla gente per prepararsi, io credo, per le elezioni del prossimo anno.

 
D. – A livello mediatico, si parla soprattutto delle aggressioni contro i cristiani. Ma esiste anche un aspetto meno conosciuto che è quello della solidarietà degli indù verso i cristiani…

 
R. – Certo, devo sottolineare molto questo aspetto della solidarietà. Ci sono maggioranze tuttora solidali con i cristiani. I media anglofoni ne hanno molto parlato, hanno riflettuto molto bene e molti indù hanno scritto contro gli attacchi contro i cristiani. Mi auguro adesso che anche i media nelle lingue locali parlino di questa repressione. Alcuni miei amici nei media locali mi hanno detto di essere sotto pressione ad opera di alcuni gruppi: non possono assolutamente pubblicare quello che vogliono. La mia conclusione è che non sono i credenti indù che seminano odio, ma sono alcuni gruppi che strumentalizzano la religione.

 
D. – Benedetto XVI, ultimamente, ha levato moltissimi appelli alla coesistenza pacifica, al rispetto. Che effetto hanno avuto sulla società indiana le parole del Papa?

 
R. – Le parole del Papa sono molto preziose. Chi porta questi attacchi è una minoranza esigua, nemmeno il due per cento della popolazione, secondo me. Questo vuol dire che il 98 per cento sta guardando quale sia la nostra reazione, anche perché conoscono molto bene lo spirito del Vangelo. Dunque, quando parla il Santo Padre è ascoltato molto attentamente da tante persone. Anche quel due per cento di coloro che attaccano i cristiani conosce, per così dire, il “potere” della parola del Papa e ne è disturbato. Ciò significa che anche loro ascoltano e non vogliono che il Papa parli del messaggio cristiano: di perdono, di riconciliazione e di amore.

 
D. – Ciò di cui abbiamo parlato è il dramma che sta vivendo una parte della Chiesa asiatica. Ma quali sono le luci di questa Chiesa? Dov’è che la Chiesa cattolica in Asia gode di sviluppo?

 
R. – La Chiesa asiatica si vede che non ha abbandonato la sua natura, quella cioè di essere sempre Chiesa del Vangelo di Gesù. Questo Vangelo, in Asia, in questi giorni, è sempre un “Deus caritas est”, come dice l’Enciclica del Papa. Le luci della Chiesa in Asia, in questi momenti, sono sempre un messaggio d’amore, di perdono e di riconciliazione.

QUALE FUTURO NELLA CHIESA CATTOLICA?

Posted in Senza Categoria by incompiutezza on ottobre 23, 2008

Quale futuro per il ministero sacerdotale o laicale nella Chiesa Cattolica?

Quale futuro per i leaders della Chiesa Cattolica?

Si interroga la Chiesa Cattolica nella sua gerarchia?

Cosa ne sappiamo noi cattolici?

La rivista IL REGNO (), pubblica una indagine già apparsa negli USA sulla rivista cattolica “AMERICA” (199(2008)4821,17-20), utile a capire cosa accade tra i cattolici di quel continente, ma che ci fa porre domande inquietanti, sulla realtà della cattolicità nel nostro continente Europeo dove il silenzio sul futuro della realtà ministeriale regna sovrano il silenzio! Mentre si moltiplicano le ore di adorazione eucaristica per le vocazioni in tantissime Chiese locali, ma la realtà vocazionale, va sensibilmente variando, e fondamentalmente il popolo cattolico (almeno in Italia) è tenuto totalmente all’oscuro su quanto sta cambiando la modalità di risposta vocazionale al “Ministero ORDINATO” in questi ultimi 30-40 anni e parlare del ministero laicale è ancora una chimera, vista come fumo negli occhi da parte di una certa gerarchia, che sta facendo vivere la Chiesa alla giornata, senza un vero progetto a lungo respiro.

Su questa tematica l’indagine USA appare di estremo rilievo e i grande onesta intellettuale, che per quanto mi risulta non ha equivalente qui in Italia come non se ne sente parlare come realtà che sta toccando tutta l’Europa.

Quanto segue è uno stralcio dalla rivista citata: IL REGNO

(l’EDB, se lo ritiene opportuno può comunicarmi di rimuoverlo avendo loro il copyright nella versione italiana)

Disponibili al ministero – indagini sui giovani cattolici nordamericani

Da dove verrà la prossima generazione di leader cattolici?

L’età media dei sacerdoti e dei religiosi continua a salire.

La ricerca di modalità che incoraggino i giovani a prendere in considerazione la scelta di un ministero ecclesiale è un compito cruciale per tutti i membri della Chiesa.

Quanti giovani cattolici prendono seriamente in considerazione la possibilità di diventare sacerdoti, religiosi o ministri laici?

Perché scelgono altre professioni?

Una mitigazione della legge ecclesiastica del celibato attirerebbe più giovani alla Chiesa?

Domande, poste nel progetto «The Emerging Models of Pastoral Leadership» (Modelli emergenti di leadership pastorale), un’iniziativa congiunta di sei associazioni cattoliche nazionali finanziata dalla Fondazione Lilly, ha commissionato un’indagine sui giovani adulti cattolici.

Il rapporto completo può essere consultato sul sito Internet www.emergingmodels.org.

Dall’estate del 2006, insieme a una commissione di giovani adulti e leader pastorali, un’indagine a livello nazionale su cattolici in età compresa fra 20 e 39 anni.

Il ministero seriamente considerato

La buona notizia è che molti giovani adulti hanno preso in considerazione, in un qualche momento della loro vita, la scelta di un ministero ecclesiale.

Oltre un terzo ha indicato di aver «seriamente considerato » la scelta di un ministero laicale e quasi la metà dei giovani maschi di aver «seriamente considerato» la scelta del ministero presbiterale.

Il diaconato è ritenuta una scelta che si può fare più avanti nella vita; quasi la metà dei partecipanti al sondaggio ha indicato che potrebbe pensarci in futuro.

I giovani adulti considerano il ministero, sia laicale sia ordinato, una chiamata di Dio.

I giovani adulti sono attirati dal ministero, perché permette loro di condividere la propria fede e usare i propri doni.

Un giovane del gruppo 20-29 anni ha detto: «Sono interessato a un lavoro a tempo pieno come ministro laico a servizio della Chiesa cattolica perché penso che il modo migliore di usare i doni che Dio mi ha dato sia quello di renderglieli in un gioioso servizio alla sua Chiesa e alla sua gente».

I partecipanti al sondaggio che hanno espresso un interesse per il ministero laicale erano interessati soprattutto al lavoro fra i giovani, o nel campo dell’educazione religiosa o dell’insegnamento in una scuola cattolica.

Gli intervistati hanno indicato una serie di ragioni per prendere in considerazione un ministero ecclesiale, fra cui queste:

«è una risposta alla chiamata di Dio»;

«è un’opportunità per aiutare altre persone».

Pochissimi – nel campione dei college solo il 6% degli uomini e il 10% delle donne – hanno indicato il «prestigio» come una ragione per prendere in considerazione una vocazione ecclesiale.

Molti invece considerano la vocazione un modo per santificarsi ed essere più vicini a Dio.

Un giovane ha detto: «È la risposta a una chiamata che posso ricevere e sarebbe meraviglioso aiutare gli altri a scoprire la loro fede e aiutarli nei momenti difficili della loro vita».

I deterrenti, le soluzioni

Per quale motivo molti giovani adulti non entrano nei nostri seminari, nei nostri conventi e non partecipano ai nostri corsi di formazione per ministri laici?

Abbiamo chiesto a tutti i partecipanti al sondaggio d’indicare che cosa li tratteneva dal scegliere una

vita nel ministero.

Hanno indicato varie ragioni.

Anzitutto, molti vogliono sposarsi e avere figli.

Questo esclude il sacerdozio e la vita religiosa.

Poco meno del 30% degli uomini, in entrambi i campioni, cambierebbe idea se dovesse cambiare la regola del celibato.

A scoraggiare le persone ad assumere un ministero laicale a tempo pieno sono l’interesse per altre occupazioni, l’uso dei propri doni, e gli stipendi.

Nel campione dei college, due terzi degli uomini e oltre la metà delle donne affermano di avere in mente una diversa occupazione, mentre un quinto afferma che l’attività ministeriale non permetterebbe di usare al meglio i propri talenti.

Nel campione dei college circa un quinto (19%) degli uomini e il 16% delle donne sono preoccupati per i bassi stipendi.

Queste percentuali cambiano nel campione diocesano.

Fra coloro che hanno risposto, il 36% degli uomini e il 40% delle donne pensa a un’occupazione diversa, mentre un terzo circa non crede che il ministero valorizzerebbe i propri doni.

Una percentuale superiore è preoccupata degli stipendi:

il 40% degli uomini e il 33% delle donne cita espressamente come deterrente uno stipendio troppo basso.

Di fronte a questi ostacoli, come può la Chiesa stimolare l’interesse dei giovani adulti per il ministero?

Come possiamo raggiungere la prossima generazione di ministri?

La Chiesa deve coinvolgere attivamente i giovani adulti nella propria fede.

Non si può continuare a considerare scontato l’impegno dei giovani adulti nella vita della Chiesa.

Dalla nostra indagine risulta che, quando i giovani sono attivamente impegnati nella vita della Chiesa, aumenta la probabilità che prendano in considerazione il ministero.

Quando aumenta il livello di coinvolgimento nella parrocchia o nei campus, aumenta anche l’interesse per il ministero.

Ad esempio, il 52% di coloro che sono coinvolti nel ministero nelle scuole hanno indicato un interesse, a fronte del 16% di coloro che non vi sono regolarmente coinvolti.

Un giovane adulto ha affermato:

«Penso che la Chiesa debba veramente prestare maggiore attenzione agli adolescenti e ai giovani adulti. Molte grandi parrocchie, come la mia, non offrono granché ai giovani dopo la cresima.

Mia madre e io abbiamo lavorato duramente per cercare di fare qualcosa in questo senso nella nostra parrocchia, ma è difficile. Amo il mio Centro Newman. Vorrei poter avere qualcosa del genere nella mia parrocchia».

E un altro:

«La Chiesa dovrebbe cercare d’incoraggiare la formazione di comunità nelle quali i giovani sentano che stare nella Chiesa è stare a casa propria e per le quali la fede dei giovani è importante».

La Chiesa deve scoprire come raggiungere i giovani adulti.

Da un’altra indagine condotta dal progetto «Emerging Models» abbiamo appreso che un modo importante in cui le parrocchie possono raggiungere i giovani adulti è attraverso l’uso della tecnologia. Le parrocchie devono avere siti Internet attivi e stimolanti.

Alcuni leader pastorali registrano le loro omelie o lezioni come podcast che i giovani adulti possono ascoltare quando hanno tempo.

Dalla indagine risulta che molti giovani adulti hanno discusso del loro interesse per il ministero con familiari o amici, ma pochissimi hanno approfondito la propria ricerca con consulenti per la carriera professionale e solo un quarto ha chiesto consiglio a un direttore diocesano delle vocazioni.

Forse se lo avessero fatto, avrebbero potuto essere aiutati a vedere un collegamento fra i loro doni e talenti e il ministero.

Bisogna quindi informare maggiormente i giovani adulti riguardo all’esistenza e al ruolo dei direttori diocesani delle vocazioni.

Una delle principali raccomandazioni espresse dai partecipanti al Simposio nazionale sul ministero, organizzato dal progetto «Emerging Models» è stata proprio quella d’invitare i direttori per le vocazioni a estendere il proprio ministero al reclutamento di ministri laici.

I giovani adulti desiderano che la Chiesa sostenga maggiormente il ministero laicale.

Fra i partecipanti al sondaggio, la metà del campione dei college e il 60% del campione diocesano ha sottoscritto quest’affermazione:

«La Chiesa cattolica deve affrettare il passo in materia di rafforzamento dei laici nel ministero».

Riferendosi al documento dei vescovi degli Stati Uniti sul ministero laicale, pubblicato nel 2005, una giovane di 22 anni ha detto:

«Penso che dobbiamo divulgare maggiormente il fatto che esiste l’opportunità di mettersi a servizio nella Chiesa cattolica come una professione e chiedere anche un maggiore sostegno da parte dei vescovi e delle massime autorità della Chiesa. Non molti conoscono il documento Co-Workers in the Vineyard (Collaboratori nella vigna del Signore, novembre 2005; Regno-doc. 7,2006,237), e devono sapere che noi abbiamo bisogno dei loro talenti, della loro disponibilità a servire e della loro passione. Dobbiamo quindi dire apertamente che la Chiesa nel suo complesso, e specialmente il clero, sostiene assolutamente i ministri laici. Le persone non lo sanno. E le persone non sanno che noi siamo considerati preziosi dai nostri vescovi».

Reale attenzione: ai giovani, ai laici

La prossima generazione di leader pastorali, laici e ordinati, è già attiva nella Chiesa.

E noi sappiamo che gli studi futuri devono incentrarsi su un dato che diventa sempre più importante: molti giovani adulti provengono da contesti culturali diversi e il loro cammino verso il ministero riflette questa realtà.

Al termine dello studio abbiamo chiesto ai giovani adulti che cosa avrebbero voluto dire ai leader su quale direzione la Chiesa debba prendere negli anni a venire.

Le loro risposte sono chiare:

prestare una maggiore attenzione ai giovani,

agli studenti dei college e ai giovani adulti;

istruire i giovani nella fede;

rafforzare i laici;

porre l’accento sull’amore e sul perdono.

Dai risultati dello studio di “emergingmodels” emerge che, riguardo alla loro vita, i giovani adulti (20-39 anni) hanno già preso decisioni che li portano lontano rispetto a una possibile scelta del ministero. Indubbiamente siamo arrivati tardi.

Se i leader della Chiesa li avessero interpellati prima e in modo più convincente, un maggior numero avrebbe potuto considerare il ministero una scelta fattibile.

Questa conclusione è avvalorata dall’insistenza dei partecipanti al sondaggio sulla necessità di dedicare alla pastorale giovanile più energie e risorse.

Nessuno dovrebbe contare su un’automatica futura scelta del ministero da parte dei figli delle famiglie cattoliche.

Bisogna piuttosto «reclutarli attivamente» – ora – per la vita nella Chiesa e nel ministero.

Marti R. Jewell, Dean R. Hoge*

* Marti R. Jewell è direttore del progetto

«Emerging Models of Pastoral Leadership»;

Dean R. Hoge, docente emerito di Sociologia

presso l’Università cattolica d’America, ha pubblicato

numerosi e rilevanti studi sulla vita e sul

ministero nella Chiesa cattolica.

Benedetto XVI e l’Islam – Accordo sulla famiglia?

Posted in Senza Categoria by incompiutezza on ottobre 2, 2008

PONTIFICIO CONSIGLIO PER IL DIALOGO INTERRELIGIOSO

Dal “MESSAGGIO PER LA FINE DEL RAMADAN”

‘Id al-Fitr 1429 E. / 2008 A.D.

Jean-Louis Cardinale Tauran
Presidente

(…)

riflettere insieme su un tema di attualità capace di arricchire i nostri scambi e di aiutarci a conoscerci meglio, con i nostri valori comuni e le nostre differenze. Per quest’anno, noi abbiamo pensato di proporvi il tema della famiglia.

(…)

Cristiani e musulmani, noi possiamo e noi dobbiamo operare congiuntamente alla salvaguardia della dignità della famiglia, oggi e domani.

5. In questo campo, noi abbiamo avuto spesso l’occasione di collaborare, sia a livello locale che internazionale, poiché entrambi cristiani e musulmani hanno un’alta considerazione della famiglia. La famiglia, luogo dove l’amore e la vita, il rispetto per l’altro e l’ospitalità si incontrano e si trasmettono, è certamente la “cellula fondamentale della società”.

6. Cristiani e musulmani, non devono esitare ad impegnarsi, non solamente per venire in aiuto alle famiglie in difficoltà ma anche per collaborare con tutti coloro che hanno a cuore il favorire la stabilità dell’istituzione familiare e l’esercizio della responsabilità parentale, in particolare nel campo dell’educazione. Non è superfluo ricordare qui che la famiglia è la prima scuola dove si apprende il rispetto dell’altro, nella sua identità e nella sua differenza. Il dialogo interreligioso e l’esercizio della cittadinanza non possono dunque che beneficiarne.

Ma cosa pensa l’Islam sulla famiglia?

Il matrimonio musulmano è un contratto di puro diritto civile che ha per oggetto il semplice godimento fisico della donna da parte dell’uomo.

È la sola forma legittima di unione fra i sessi; non è un sacramento, ma ha comunque un valore altamente religioso, perché permette la crescita e la stabilità dell’unità di base della società, la famiglia musulmana, per mezzo della quale il mondo è popolato di musulmani allo scopo di realizzare il volere di Dio nella storia.

Oltre ad essere una salvaguardia per la castità (“Chi può permettersi il matrimonio, si sposi. Ciò, infatti, è molto meglio agli occhi della gente ed è più sicuro per l’intimità”, dice un hadìth), esso è un dovere, religioso e civile insieme, per ogni musulmano che sia fisicamente ed economicamente in grado di contrarlo: “Non v’è celibato nell’Islàm”, dice il Profeta in un hadìth.

Il “ripudio” è la rinuncia da parte del marito ai diritti che ha acquistato in virtù del contratto nuziale, e la capacità di dar ripudio appartiene solo all’uomo. Secondo il diritto musulmano fra la dichiarazione di ripudio da parte del marito e lo scioglimento del matrimonio deve trascorrere un periodo di tempo (periodo del ritiro legale) di tre mesi (tre periodi intermestruali della donna), in cui i coniugi si astengono dai rapporti sessuali. Finché dura questo periodo il ripudio è revocabile, di modo che il marito abbia la possibilità di ripensarci ed eventualmente di tornare sulla decisione presa; trascorso il periodo senza che il marito abbia cambiato idea, il ripudio diventa irrevocabile e il matrimonio è sciolto. È possibile, sempre entro questo periodo, pronunciare un secondo ripudio revocabile cui segue un periodo d’attesa; se però lo si pronuncia una terza volta, il ripudio diventa irrevocabile e definitivo; inoltre, i due coniugi non possono risposarsi finché la moglie non abbia consumato un matrimonio valido con un terzo e abbia divorziato da lui. Queste disposizioni servivano a evitare che il marito ripudiasse ripetutamente la moglie, facendola poi tornare ogni volta per indurla a rinunciare alla dote in cambio della libertà definitiva.

Esiste un divorzio per mutuo consenso cui accenna il Corano: il marito si spoglia della sua autorità maritale e lascia libera la moglie di disporre di sé mediante un’indennità che la moglie si obbliga a pagargli (Cor. 2, 229).

Doveri della moglie. Un principio fondamentale nella religione islamica è quello dell’obbedienza. Si deve obbedienza a Dio, al Profeta e alle autorità: “O voi che credete! Obbedite a Dio, al Suo Messaggero e a quelli di voi che detengono l’autorità […] (Cor. 4, 59). Il dovere principale di una moglie è proprio l’obbedienza al marito “per le cose lecite”: “Gli uomini sono preposti alle donne, perché Dio ha prescelto alcuni esseri sugli altri e perché essi donano dei loro beni per mantenerle; le donne buone sono dunque devote a Dio e sollecite della propria castità, così come Dio è stato sollecito di loro; quanto a quelle di cui temete atti di disobbedienza, ammonitele, poi lasciatele sole nei loro letti, poi battetele; ma se vi ubbidiranno, allora non cercate pretesti per maltrattarle; ché Iddio è grande e sublime.” (Cor. 4, 34). A proposito dei maltrattamenti verso le donne, dice il Profeta in un hadìth: “Nessuno di voi picchii la sua donna come si picchia uno schiavo e poi si unisca con lei al termine di quello stesso giorno”.

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Domenica 3 feb. 2008 – 1^ di quaresima – Quale Lectio?

Posted in Senza Categoria by incompiutezza on giugno 6, 2008

«Per qualche motivo, i cristiani che alzano di più la voce non citano mai il discorso delle beatitudini.
Ma, spesso con le lacrime agli occhi,
pretendono che i Dieci Comandamenti vengano affissi negli edifici pubblici.
E chiaramente quelle sono parole di Mosè, non di Gesù.
Non ne ho mai sentito neanche uno chiedere che il Discorso della Montagna, quello delle beatitudini, venga affisso da qualche parte.
“Beati siano i misericordiosi” in un’aula di tribunale?
“Beati gli operatori di pace” al Pentagono?
Ma per favore!»
                                                   (
Kurt Vonnegut)
Vangelo  Mt 5,1-12a
Beati i poveri in spirito.

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo: vedendo le folle,
Gesù salì sulla montagna
e, messosi a sedere,
gli si avvicinarono i suoi discepoli.
Prendendo allora la parola,
li ammaestrava dicendo: 

«Beati i poveri in spirito, 
perché di essi è il regno dei cieli. 
Beati gli afflitti, 
perché saranno consolati. 
Beati i miti, 
perché erediteranno la terra. 
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, 
perché saranno saziati. 
Beati i misericordiosi, 
perché troveranno misericordia. 
Beati i puri di cuore, 
perché vedranno Dio. 
Beati gli operatori di pace, 
perché saranno chiamati figli di Dio. 
Beati i perseguitati per causa della giustizia, 
perché di essi è il regno dei cieli. 
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli

Prima Lettura  Sof 2,3; 3, 12-13
Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero.


Dal libro del profeta Sofonia

Cercate il Signore 
voi tutti, poveri della terra
che eseguite i suoi ordini; 
cercate la giustizia
cercate l’umiltà
per trovarvi al riparo 
nel giorno dell’ira del Signore
.
Farò restare in mezzo a te, Israele,
un popolo umile e povero
confiderà nel nome del Signore 
il resto d’Israele. 
Non commetteranno più iniquità 
e non proferiranno menzogna; 
non si troverà più nella loro bocca 
una lingua fraudolenta. 
Potranno pascolare e riposare 
senza che alcuno li molesti.

Seconda Lettura  1 Cor 1, 26-31
Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Considerate la vostra vocazione, fratelli:
– non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne,
– non molti potenti,
– non molti nobili. 
Ma
Dio ha scelto

ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti,
Dio ha scelto

ciò che nel mondo è debole per confondere i forti,
Dio ha scelto

ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e
ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono,
perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. 
Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù,
il quale per opera di Dio è diventato per noi
sapienza, giustizia, santificazione e redenzione,
perché, come sta scritto:
“Chi si vanta si vanti nel Signore”.